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Quanto azionario dovresti avere in portafoglio? Probabilmente ti stai facendo la domanda sbagliata

Data pubblicazione: 14 luglio 2026

Autore: Oreste Antoniello

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Rappresentazione visiva dell'articolo: Quanto azionario dovresti avere in portafoglio? Probabilmente ti stai facendo la domanda sbagliata

"Quanta parte del mio patrimonio dovrei investire in azioni?"


È una delle domande che ogni consulente finanziario si sente rivolgere più spesso. Ed è comprensibile: la componente azionaria è quella che, più di ogni altra, determina il potenziale di crescita di un portafoglio, ma anche la sua volatilità.

La risposta, però, è meno scontata di quanto possa sembrare.

Larry Swedroe, uno dei maggiori esperti di asset allocation, affronta questo tema con un approccio tanto semplice quanto efficace. Invece di chiedersi "quante azioni dovrei avere in portafoglio?", propone di partire da tre domande completamente diverse.

1- Posso permettermi di assumere questo rischio?

2- Sono davvero disposto a sopportarlo?

3- Ho realmente bisogno di assumere tutto questo rischio per raggiungere i miei obiettivi?


Solo dopo aver risposto a queste tre domande ha senso parlare di percentuali.


Il tempo è il primo fattore da considerare

L'aspetto che mi ha colpito maggiormente del lavoro di Swedroe è il tentativo di trasformare questi concetti in qualcosa di pratico.

Il primo schema riguarda l'orizzonte temporale.

Il principio è intuitivo: più lungo è il tempo a disposizione, maggiore è la capacità di sopportare la volatilità dei mercati azionari.

È un concetto che tutti conoscono, ma che raramente viene tradotto in indicazioni concrete. Swedroe prova a farlo suggerendo una progressione molto semplice: chi avrà bisogno del proprio capitale entro pochi anni dovrebbe limitare fortemente l'esposizione azionaria, mentre chi investe con un orizzonte di vent'anni o più può teoricamente permettersi una quota di azioni molto più elevata.

Il messaggio, però, non è che chi investe per vent'anni debba necessariamente avere il 100% del patrimonio investito in azioni.

Il vero significato è un altro: con il passare del tempo, l'orizzonte temporale smette di essere il principale vincolo. Da quel momento entrano in gioco fattori molto più importanti.


Il vero rischio non è la volatilità

Ed è qui che arriva il secondo schema, probabilmente quello più interessante. Swedroe invita l'investitore a dimenticare per un momento i mercati e a guardarsi dentro. La domanda non è più:

"Quanto vorrei guadagnare?"

La domanda diventa:

"Quanta perdita riuscirei davvero a sopportare senza cambiare idea?"

È una prospettiva completamente diversa.

Quando i mercati salgono è facile convincersi di avere una tolleranza al rischio elevata. Ma quando arriva una correzione importante e il portafoglio perde il 20%, il 30% o addirittura il 40%, improvvisamente quella sicurezza inizia a vacillare.

È quello che Swedroe definisce lo "stomach acid test", il test dell'acidità di stomaco.

In altre parole, dovresti chiederti:

"Continuerei a dormire serenamente se il valore del mio patrimonio subisse una perdita significativa? Oppure inizierei a controllare continuamente il conto corrente, pensando di vendere tutto?"

La risposta a questa domanda dovrebbe incidere moltissimo sulla quantità di azioni presente in portafoglio.

Perché il rischio vero non è la volatilità. Il rischio vero è abbandonare il proprio piano di investimento nel momento peggiore.

È proprio qui che molti investitori commettono l'errore più costoso. Costruiscono un portafoglio perfetto sulla carta, ma impossibile da sostenere dal punto di vista emotivo. Poi arriva il primo grande mercato ribassista, la paura prende il sopravvento e vendono gli investimenti, trasformando una perdita temporanea in una perdita definitiva.

Immaginiamo due persone della stessa età, entrambe con un orizzonte temporale di vent'anni.

Dal punto di vista teorico potrebbero avere una quota azionaria molto simile.

Eppure una delle due potrebbe attraversare serenamente anche un ribasso del 40%, mentre l'altra inizierebbe a vendere già dopo un calo del 15%.

Ha davvero senso costruire lo stesso portafoglio per entrambe?

Probabilmente no.

Ed è proprio questo il grande merito dell'approccio di Swedroe: ricordarci che la migliore asset allocation non è quella che promette il rendimento più elevato, ma quella che riuscirai davvero a mantenere per tutta la durata del tuo piano di investimento.


C'è una terza domanda che pochi si pongono

Naturalmente esiste anche una terza domanda, forse la più trascurata. Hai davvero bisogno di assumere così tanto rischio?

Costruire un patrimonio e conservarlo sono due giochi completamente diversi. Chi sta iniziando ad accumulare capitale potrebbe aver bisogno di assumere una quota maggiore di rischio per raggiungere i propri obiettivi. Chi invece possiede già un patrimonio importante potrebbe non avere alcun motivo per rincorrere ogni possibile punto percentuale di rendimento aggiuntivo.

Come ricorda lo stesso Swedroe, diventare ricchi richiede spesso di assumersi dei rischi; rimanere ricchi richiede soprattutto la capacità di limitarli.


La domanda giusta

Alla fine, la domanda iniziale cambia completamente.

Non è più: "Quanta parte del mio patrimonio dovrei investire in azioni?"

Ma diventa:

  1. Quanto tempo ho davanti?
  2. Quanto rischio riesco davvero a sopportare?
  3. Quanto rischio mi serve realmente assumere per raggiungere gli obiettivi che mi sono prefissato?


Sono queste le domande che dovrebbero guidare la costruzione di qualsiasi portafoglio. Le percentuali arrivano solo dopo.



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